sabato 15 dicembre 2007

IN-



Ho trentasei anni e vivo solo, in un appartamento incastrato tra altri appartamenti, in un palazzo soffocato da altri palazzi. Ma non dormo solo. La sera dopo aver cenato mi trasferisco in casa di mio fratello e della sua famiglia; una moglie dalla vistosa ricrescita scura in una piccola testa ovale, un figlio gracile e dalla fronte oblunga che non mi chiama zio. Alcuni anni fa in piena notte improvvisamente mi sveglio e dopo aver indossato un paio di ciabatte a quadretti blu e rossi giro la chiave che ho lasciato nella serratura della porta prima di andare a dormire, lentamente esco dal mio appartamento. Scendo al buio due piani di scale e una volta fuori dal palazzo inizio a camminare lungo la via dove ancora oggi vivo. Saranno state le quattro, prima di uscire ricordo di aver guardato l’orologio analogico che si trovava sul comodino, e ricordo anche che faceva molto freddo perché era inverno. Senza un apparente motivo mi fermo sotto alla flebile luce di un lampione in mezzo ad una strada che fatico a riconoscere. Rimango rannicchiato in un pezzo di asfalto sporco per tutte le ore successive, fino alla prima eterea luce mattutina, in una città che ancora odora di sonno. E’mio fratello a trovarmi; sta percorrendo la strada in macchina prima di recarsi al lavoro. Non mi fa domande, si limita ad afferrare il mio braccio intorpidito dal freddo e dopo avermi sollevato mi riporta a casa. La porta è spalancata e una ciabatta diligentemente abbandonata sopra al tappetino marrone di benvenuto. Il giorno dopo mi sforzo di ricostruire ciò che è accaduto, cerco di ripercorrere tutto quel periodo di tempo non scandito dalla ragione, arrivando così a ricordare molte sequenze senza però trovare un motivo che mi possa riscattare dalla follia della notte da poco consumata. Vengo privato da mio fratello della possibilità di dormire solo. Le prime volte è lui stesso che senza preavviso viene a prelevarmi da casa; in silenzio mette il mio pigiama in un sacchetto di plastica e si trascina verso la porta, si siede in macchina e aspetta che io lo raggiunga. Recupero frettolosamente ancora alcuni oggetti; uno spazzolino, un libro, un fazzoletto di carta, un vecchio soprammobile di forma conica, un maglione maleodorante usato nelle ore di luce; qualcosa che mi ricordi nella mia assenza, qualcosa che mi restituisca appartenenza ed intimità nelle ore di buio che implacabili mi attendono. Col passare del tempo sono assuefatto al cambiamento e non c’e’ più bisogno che venga a prendermi; alla stessa ora, tutte le sere rinnovo l’appuntamento con lui e la sua famiglia. Mi sistemo in una piccola stanza che nell’oscurità viene illuminata da un’insegna rossa di un ristorante cinese; una volta disteso un fascio di luce obliqua taglia nettamente il mio corpo in due parti. Con la metà della mente che mi rimane dopo la mutilazione immagino donne dalla pelle di porcellana fasciate in profumati abiti di seta, immobilizzate nei movimenti come antichi neonati e tra un’intermittenza di fotogrammi inondati di luce, tra infanti al borotalco e ninfette dagli occhi a mandorla mi addormento.

1 commento:

Barbara ha detto...

direi perfetta, tristemente bella, di quelle storie che ti entrano dentro insinuandosi come una promessa, scritta con maestria, equilibrata e silenziosa anche se ti strappa la pelle.