sabato 15 dicembre 2007

-NIA


Mi vesto velocemente, gli abiti li ho appoggiati la sera prima sulla poltrona vicino alla finestra, guardo furtivamente l’interno dell’appartamento che ho davanti, riesco a scorgere solo due figure femminili in penombra sedute intorno a un tavolo. Prendo la giacca, passo vicino al bagno e vedo mio nipote accovacciato sul lavandino. Il suo pesce rosso, grasso di crostacei liofilizzati, sbatte la pinna posteriore e simultaneamente apre la bocca:movimenti spasmodici e innaturali provocati dalla cattiveria del suo giovane padrone che diminuisce la riserva d’acqua sollevando e abbassando il tappo del lavabo. Vuole vedere come muore, se i suoi occhi rimarranno spalancati anche dopo aver emesso l’ultimo alito di vita. Una volta in un acquario avevo visto un pesce enorme con un profilo umano, il naso sporgente quasi quanto le due grosse labbra. Pareva un vecchio stanco di essere osservato. Forse è l’unico pesce a cui ho visto palpebre pesanti e spesse, forse di notte chiudeva gli occhi prima di addormentarsi. Guardo mio nipote per un secondo, le sue pupille sono talmente dilatate da togliere spazio al colore. Sua madre è in cucina che ascolta musica leggera di pessima qualità e dal rumore che arriva sembra stia sminuzzando qualcosa. Lo spazio vitale è già così asfittico tutte le volte che sono costretto a condividere una strada, il corridoio affollato di un treno, l’ultima corsa di un autobus che si avventura tra le luci artificiali della città che scorre veloce fuori dal finestrino, senza contare quello che devo vivisezionare in una casa che non è la mia, con altre tre persone che non sono quelle che ho scelto. La donna, madre e moglie, mi chiede se voglio pranzare con loro, sta preparando una minestra di verdure, che solo a guardarle flaccide e opache adagiate sul tagliere, passa l’appetito. Rispondo che oggi digiunerò. Lei mi guarda incredula e con un’aria piuttosto seccata, come di chi ci prova, ma a fatica riesce a capirti e allora il problema non è più il suo ma riguarda esclusivamente te e i tuoi modi poco convenzionali di relazionarti al mondo e ai suoi abitanti. Una briciola di pane al lato della sua bocca sottile rimane sospesa senza che lei se ne accorga.
Voglio raggiungere il supermercato in poco tempo, cammino piuttosto veloce per evitare di essere salutato, ancor peggio obbligato dal vicino di casa che passeggia avanti e indietro lungo la strada, a conversare sulla temperatura ancora clemente dello stesso e ciclico mattino autunnale, sul divorzio del giornalaio, quello claudicante che sta all’angolo, sull’ennesima apertura di un ristorante cinese e su tutta la sporcizia, la delinquenza che inevitabilmente comporta, perché non c’e’ niente da fare, il problema di fondo è che hanno abitudini, cultura e chissà cos’altro, non vuole neppure pensarci, diverse dalle nostre. “Hai mai visto un necrologio di un uomo, donna, bambino cinese?”. Rispondo che quando cammino per strada guardo sempre per terra, non mi piace sovrapporre i miei occhi su quelli di altri. ”Neppure se gli occhi appartengono ad una bella donna:gambe lunghe, pancia tonica, capelli che profumano di camomilla?”. Solitamente il soliloquio ripiega sempre sull’immagine teutonica della giovane che lavora nella lavanderia, e verso la quale non risparmia audaci commenti. Mi osserva in traiettoria obliqua, sperando che da un momento all’altro possa incalzarlo, mi limito a scuotere la testa in risposta ancora alla sua domanda, ormai scaduta, sui cinesi. Lui mi guarda sempre un po’ incredulo e irritato a causa delle mie risposte stitiche e a suo avviso strampalate, usa la stessa espressione della donna, moglie e madre, quando mi guarda trasognata e rumina mollica di pane senza accorgersi dei piccoli rimasugli che rimangono incollati agli angoli della bocca. Ma alla fine il tempo passa, io arrivo sempre in ritardo all’appuntamento con mio fratello e lui non sa mai darmi una spiegazione sull’assenza dei necrologi cinesi. E’già da qualche giorno ormai che per evitare l’intoppo percorro una via alberata che passa dietro alla casa; allungo il tragitto di qualche minuto ma riesco a sottrarmi dall’incontro col vecchio.
Il supermercato oggi è gremito, l’aria viziata come quella di una stanza impregnata dell’odore dolciastro e insieme acre della malattia, penso a quanto possa essere facile il contagio in uno spazio così ristretto e occluso da così tante persone. Mi dirigo verso il banco della macelleria, le luci sono al neon per ravvivare il rosso della carne e dare l’impressione che derivino dal macello di bestie sane e giovani. Mio fratello è molto impegnato e mi chiede di andare nel retro ad aiutare il ragazzo a impanare fettine di vitella. Rimango seduto per un’ora ad annegare la carne in grossi contenitori pieni di uovo, a passarla nel pane secco e a batterla sul banco per togliere quello in eccesso. Il lavoro non richiede sforzo mentale, converso a intervalli con il ragazzo che mi chiede consiglio sull’acquisto di una casa dove ha intenzione di trasferirsi con la sua fidanzata, se conviene fare un mutuo ventennale o trentennale; ha ventisette anni e potrebbe usufruire di molte agevolazioni sulle rate. Non so cosa rispondere, gli chiedo se fuma e lui alzando solo un sopracciglio mi risponde di si ma protesta sull’inadeguatezza della mia domanda. Immergo nel liquido viscido una fetta di carne talmente sottile da vederne la trama in controluce e immagino il suo nuovo appartamento, con i pavimenti lucidi e i tappeti dalle tonalità rossastre adagiati nel salotto, le tende di pizzo e i soprammobili messi con cura. Dopo qualche anno le rate aumenteranno a causa del tasso variabile, i tappeti saranno lisi e le pareti diventeranno giallognole per il fumo.
La parola senso non ha senso, è questa la frase che oggi continua a girare nella mia testa. Non ho mai creduto che delle parole potessero combaciare così perfettamente con uno stato d’animo, calzare giuste come un paio di scarpe nuove. L’ho sentita dire da una voce fuori campo rauca e antica; il film lo davano di notte e io non dormivo. Intervalli di bianco e nero, con contrasti forti e decisi, il bianco era così accecante da non riuscire a fissarlo per troppo tempo e il nero così profondo da avere la sensazione di annegarci dentro. L’ho guardato fino alla fine, era quasi giorno, l’insegna del ristorante non illuminava più il mio piccolo letto. Mi sono alzato poco dopo e poi lavato. Quando sono uscito ho notato che mi ero messo i calzini di due colori diversi, uno bianco e uno nero. E forse quel gesto apparentemente sconclusionato un senso ce l’aveva.

IN-



Ho trentasei anni e vivo solo, in un appartamento incastrato tra altri appartamenti, in un palazzo soffocato da altri palazzi. Ma non dormo solo. La sera dopo aver cenato mi trasferisco in casa di mio fratello e della sua famiglia; una moglie dalla vistosa ricrescita scura in una piccola testa ovale, un figlio gracile e dalla fronte oblunga che non mi chiama zio. Alcuni anni fa in piena notte improvvisamente mi sveglio e dopo aver indossato un paio di ciabatte a quadretti blu e rossi giro la chiave che ho lasciato nella serratura della porta prima di andare a dormire, lentamente esco dal mio appartamento. Scendo al buio due piani di scale e una volta fuori dal palazzo inizio a camminare lungo la via dove ancora oggi vivo. Saranno state le quattro, prima di uscire ricordo di aver guardato l’orologio analogico che si trovava sul comodino, e ricordo anche che faceva molto freddo perché era inverno. Senza un apparente motivo mi fermo sotto alla flebile luce di un lampione in mezzo ad una strada che fatico a riconoscere. Rimango rannicchiato in un pezzo di asfalto sporco per tutte le ore successive, fino alla prima eterea luce mattutina, in una città che ancora odora di sonno. E’mio fratello a trovarmi; sta percorrendo la strada in macchina prima di recarsi al lavoro. Non mi fa domande, si limita ad afferrare il mio braccio intorpidito dal freddo e dopo avermi sollevato mi riporta a casa. La porta è spalancata e una ciabatta diligentemente abbandonata sopra al tappetino marrone di benvenuto. Il giorno dopo mi sforzo di ricostruire ciò che è accaduto, cerco di ripercorrere tutto quel periodo di tempo non scandito dalla ragione, arrivando così a ricordare molte sequenze senza però trovare un motivo che mi possa riscattare dalla follia della notte da poco consumata. Vengo privato da mio fratello della possibilità di dormire solo. Le prime volte è lui stesso che senza preavviso viene a prelevarmi da casa; in silenzio mette il mio pigiama in un sacchetto di plastica e si trascina verso la porta, si siede in macchina e aspetta che io lo raggiunga. Recupero frettolosamente ancora alcuni oggetti; uno spazzolino, un libro, un fazzoletto di carta, un vecchio soprammobile di forma conica, un maglione maleodorante usato nelle ore di luce; qualcosa che mi ricordi nella mia assenza, qualcosa che mi restituisca appartenenza ed intimità nelle ore di buio che implacabili mi attendono. Col passare del tempo sono assuefatto al cambiamento e non c’e’ più bisogno che venga a prendermi; alla stessa ora, tutte le sere rinnovo l’appuntamento con lui e la sua famiglia. Mi sistemo in una piccola stanza che nell’oscurità viene illuminata da un’insegna rossa di un ristorante cinese; una volta disteso un fascio di luce obliqua taglia nettamente il mio corpo in due parti. Con la metà della mente che mi rimane dopo la mutilazione immagino donne dalla pelle di porcellana fasciate in profumati abiti di seta, immobilizzate nei movimenti come antichi neonati e tra un’intermittenza di fotogrammi inondati di luce, tra infanti al borotalco e ninfette dagli occhi a mandorla mi addormento.

-SON-


Mi sveglio prima del solito, le urla di mio nipote riempiono la stanza schiacciandomi contro la parete tappezzata da fiori stile anni sessanta, riesco a sentirne l’odore dolciastro e primaverile. Oggi è sabato, non so mai cosa fare nei giorni festivi; le ore si susseguono lentamente, le giornate mi attraversano a rallentatore. Vicino a casa c’é il supermercato dove lavora mio fratello, e’ responsabile del banco delle carni, sotto di lui due giovani. Scherza e ammicca con le clienti di mezza età che acquistano filetti di manzo e polli arrosto. Loro sorridono compiaciute e lui abbonda sempre nelle porzioni. Non sbaglia mai i nomi e ricorda anche quelli dei loro figli, fingendo di essere interessato al loro anno scolastico e alle lezioni di pianoforte. Mi metto sempre dal lato sinistro del reparto, da quella angolazione riesco a vedere, attraverso lo specchio, le immagini riflesse delle persone che attendono il proprio turno e quando non c’e’ nessuno parlo con mio fratello e i suoi colleghi che mi chiedono perché non ho una donna con cui passare il tempo, da portare nei centri commerciali il sabato pomeriggio e al cinema la domenica sera. Quando il dottore mi visitò il giorno seguente alla notte in cui mi persi nella mia stessa via, mi spiegò che quella che avevo smarrito era la memoria semantica, una parte di memoria dove risiede la consapevolezza di sé e del mondo. Da allora non sono più stato con una donna e non ho più amici con cui fare un giro in macchina parlando di calcio e profilattici ritardanti. Non ricordo il motivo dell’esserci, del mio esistere e non comprendo neppure quello di tutte le cassiere del supermercato che appollaiate per ore su sgabelli sbilenchi si guardano intorno alla ricerca dell’anima gemella tra il reparto di cosmetica e quello dei surgelati. Non trovo senso in ciò che fa mio fratello, quando con le mani imbrattate di sangue ogni giorno su un quadernetto segna i nomi delle nuove clienti specificando il colore dei capelli per riconoscere l’una dall’altra. Ho perso in una manciata di secondi l’identità ma mi chiedo spesso se quelle persone, che pensano di averla ancora, non l’abbiamo a loro insaputa smarrita già da molto tempo.